Aiutare gli altri: la cosa più bella

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L’esperienza di una Valsusina di adozione, Raissa Hani Eddamir, sulla nave Gnv Allegra per la Croce Rossa Italiana

L’estate scorsa la storia di una nave-quarantena, carica di migranti al largo delle coste della Sicilia è stata riportata da tutti gli organi di stampa. Su quella nave, la Gnv Allegra dal 24 settembre al 12 ottobre, c’era anche una valsusina d’adozione, Raissa Hani Eddamir in missione per la Croce Rossa di Villardora. Raissa è di origini marocchine e in valle è molto conosciuta per la sua attività di volontariato in Croce Rossa e come presidente dell’associazione Ceim di Avigliana. Arrivata in Italia molto giovane, quando aveva appena compiuto 18 anni, è ripartita da zero, affrontando le difficoltà che ogni immigrato si trova a gestire cambiando vita. Una cultura diversa, una lingua sconosciuta, gli incontri positivi e quelli negativi.

Raissa, come ha iniziato a fare volontariato?
«Credo tutto sia cominciato con mio padre. Fin da piccola ho sempre visto in lui, oltre alla classica figura di padre supereroe, anche tanto altro. Mio padre era un gran lavoratore, una grande uomo di politica, un grande pensatore e un grande intrattenitore. Osservando i suoi comportamenti ho imparato a dare, a essere generosa, empatica e a provare sulla mia pelle quello che provano gli altri. Quando venne a mancare ero solo una ragazzina, ma fortunatamente avevo imparato tantissimo da quell’uomo straordinario».

Perché secondo lei è importante impegnarsi nel volontariato?
«Sono le esperienze della mia vita che mi hanno portato ad avvicinarmi e ad apprezzare il volontariato. Credo che ognuno di noi debba trovare un po’ di tempo per aiutare gli altri, a prescindere da tutto, è la cosa più soddisfacente che si possa fare».

Tra le esperienze di volontariato più importanti per Raissa, il Cara di Mineo e l’emergenza sisma nel campo “Concordia sulla Secchia” per i terremotati in Emilia Romagna. Ma l’ultima è la missione che forse più l’ha segnata: «La trasferta sulla Gnv Allegra – spiega Raisa – si differenzia inevitabilmente dalle precedenti per via dell’emergenza sanitaria che stiamo affrontando. Bisogna considerare che per tutelare i volontari, la Croce Rossa Italiana, ha apportato le dovute precauzioni: distanze, controlli, maggiore attenzione». Raissa tiene a dire che non stiamo parlando di una crociera sul Mediterraneo, ma di navi adibite a centri di accoglienza con a bordo persone (uomini, donne e bambini) “che sono arrivate disperatamente – sottolinea – lasciando ogni cosa e desiderando un futuro. O meglio sperando di continuare a sopravvivere”.

Perché è partita?
«Volevo rendermi utile, avevo due settimane di ferie da poter sfruttare e tanta voglia di fare qualcosa di importante, soprattutto ora che si ha bisogno, oltre che di interpreti, anche di gente volenterosa che aiuti nelle mansioni più semplici (infermeria, distribuzione pasti, logistica)».

Come si è svolta la traversata?
«Ci trovavamo al largo della costa palermitana, approdavamo solo per necessità, per rifornimenti o per far salire e scendere personale e ospiti. Molti volontari hanno fatto fatica ad abituarsi all’andamento della nave che naturalmente oscillava in continuazione, ma per me non è stato un problema».

Qual è la sua posizione politica sul tema dell’immigrazione?
«Io ovviamente sono per l’apertura delle frontiere e mai per la chiusura, preferirei una maggior collaborazione a livello di Unione Europea perché è illogico pensare che uno o due Stati possano farsi carico di tutta la migrazione che proviene dal Sud del mondo. Io che ho fatto tante accoglienze e registrazioni so bene che i numeri di cui parliamo sono molto alti e lo sono stati per tanti anni. Quando ho fatto la volontaria nel centro di Ventimiglia mi ricordo che la maggior parte degli ospiti che si trovava lì tentava puntualmente di entrare in Francia (essendo noi sul confine) o comunque di andare verso Inghilterra, Germania e il Nord Europa in generale, ma ahimè ricordo anche che la Polizia di Frontiera francese non ne lasciava scappare uno, in quanto la Francia era completamente sigillata sul fronte immigrati. Peccato gran parte di questi ragazzi venissero da ex colonie francesi, ma questa è un’altra storia. Per quanto riguarda la politica sull’immigrazione, sono dell’idea che i diritti naturali, umani debbano essere garantiti sempre e a chiunque. Qualsiasi uomo ha diritto alla vita e nessuna vita ha un valore maggiore o minore rispetto alle altre».

Come si fa a contrastare la xenofobia?
«Ci terrei a dire che secondo me lo strumento più importante per una società multiculturale funzionante è la scuola, vista, in primo luogo, come una “agenzia di socializzazione”, ma anche come diffusore di cultura e senso civico. Il diritto all’istruzione è indipendente dal possesso di cittadinanza o permesso di soggiorno e la Costituzione italiana sancisce che essa è aperta a tutti, obbligatoria e gratuita. A scuola ogni bambino è eguale all’altro, dunque i bambini non sono divisi in base alla cittadinanza o alla provenienza, ma si ritrovano tutti insieme suddivisi in classi ordinarie, fattore positivo per mostrare l’assenza di discriminazione. Inoltre xenofobia e razzismo sono sentimenti scaturiti principalmente dalla paura di ciò che non si conosce, quindi fondamentalmente dall’ignoranza. Ciò che si conosce fin da piccoli non può suscitare paura o risentimento. La scuola ha il compito di formare ed educare gli adulti del domani. Una classe con alunni diversi tra loro, sia a livello fisico sia a livello culturale, rappresenta lo specchio della società attuale, dando la possibilità a tutti i bambini di imparare a collaborare e a conoscere usi e costumi differenti dal proprio. Dunque, se già dalle scuole primarie si imparasse che la diversità è arricchimento e non motivo di distacco, si eviterebbero discriminazioni razziali e crimini d’odio».

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