Il 2 giugno 2025 alle 11 al Monumento ai Caduti la cerimonia per il 79esimo anniversario della Costituente
Avigliana, 28 maggio 2025 – Lunedì 2 giugno 2025 si celebra la Festa della Repubblica. L’appuntamento con la cerimonia per il 79esimo anniversario della Costituente è alle 11 al Monumento ai Caduti per la posa della corona e il saluto delle autorità. Alla celebrazione parteciperà la Società filarmonica Santa Cecilia di Avigliana.
Buongiorno a tutte e a tutti,
come di consueto rivolgo il mio saluto e quello dell’Amministrazione comunale alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle associazioni d’arma e a tutte le associazioni presenti. Un saluto e un ringraziamento particolare alla Società filarmonica Santa Cecilia di Avigliana che nonostante varie difficoltà è riuscita a essere presente per rafforzare attraverso le note dei nostro inno nazionale la solennità di questa commemorazione. E poi a tutte e tutti voi, cittadine e cittadini, che oggi partecipate alla celebrazione del 79° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, un giorno che ci ricorda la forza della partecipazione popolare e il valore insostituibile della democrazia.
Il 2 giugno 1946, infatti, gli italiani furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica attraverso un referendum istituzionale. Il risultato decretò la vittoria della Repubblica, con 54,27% dei voti contro il 45,73% ottenuti dalla monarchia. Oltre al referendum, si tennero anche le elezioni per l’Assemblea Costituente, che avrebbe avuto il compito di redigere la nuova Costituzione italiana. Questo voto segnò la fine della monarchia sabauda e l’inizio di una nuova era democratica per l’Italia.
Un evento che non solo cambiò la forma di Stato, ma rappresentò anche il coronamento della lotta di Liberazione dal nazifascismo che per la prima volta condusse alle urne non solo le donne, ma un’intera generazione che fino ad allora aveva visto abolito il diritto ad esprimersi democraticamente.
Guardando al passato, quindi, la scelta della Repubblica nel 1946 ebbe un profondo significato etico e politico, riaffermando il valore della partecipazione popolare e il diritto di ogni cittadino di influenzare il futuro del Paese. La decisione di adottare una Repubblica democratica fu un atto di riscatto, segnando la fine di un regime che aveva annullato la libertà.
Un elemento cruciale di quel momento storico fu il voto alle donne, che per la prima volta non solo poterono eleggere, ma anche essere elette. Questo aspetto si collega alle recenti commemorazioni del 25 aprile evidenziando il legame tra il ruolo delle donne nella Resistenza e il loro diritto di voto nel 1946. Un ruolo recentemente approfondito dagli studenti dell’Istituto Galileo Galilei che voglio ringraziare per il lavoro straordinario di ricerca e approfondimento presentato all’Amministrazione comunale e ad alcune sezioni dell’Anpi Valsusa e Valsangone il 5 maggio scorso. La dimostrazione che le nuove generazioni se accompagnate in modo efficace e consapevole sono in grado di comprendere l’importanza della memoria e la sua attualizzazione contemporanea.
Una giovane generazione come quella che appunto si recò ai seggi e a cui fino ad allora non era mai stato riconosciuto il voto. Per vent’anni, sotto il regime fascista, questo diritto era stato negato, ridotto a plebisciti controllati e privato del suo significato democratico. Un’intera generazione era cresciuta senza mai poter esprimere la propria volontà nelle urne, senza mai poter scegliere il proprio futuro.
Fu un momento di rinascita democratica, un segnale che l’Italia voleva lasciarsi alle spalle l’oppressione e costruire un futuro basato sulla partecipazione e sulla libertà. Quel giorno, milioni di cittadini si recarono alle urne con la consapevolezza che il loro voto non era solo un diritto riconquistato, ma un dovere verso le generazioni future. E la scelta che emerse da quelle consultazioni fu altrettanto rivoluzionaria: il popolo italiano, con un atto di grande responsabilità, scelse la Repubblica, sancendo così la fine della monarchia e avviando un percorso di rinnovamento e progresso. Fu un voto che determinò il nostro destino, e da allora la Repubblica è stata il simbolo di libertà, diritti e doveri condivisi. Oggi, più che mai, quel principio deve guidarci e ricordarci che la democrazia si nutre della partecipazione attiva di ogni cittadino. Votare non è solo un diritto, è un dovere civico che ci consente di costruire il futuro con consapevolezza e responsabilità. E a questo proposito c’è un dato che più di ogni altro deve condurci a una riflessione importante sullo stato di salute della nostra democrazia e più in generale quello dei Paesi Europei. Se nel 1946 quasi il 90% degli aventi diritto si recò alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica alle ultime elezioni politiche, l’affluenza è scesa al 64%, il dato più basso nella storia repubblicana. Allora il referendum rappresentò un atto di fiducia nella democrazia, un segnale che il popolo italiano voleva essere protagonista del proprio destino. Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno opposto: il progressivo consolidarsi dell’astensionismo, con percentuali di affluenza sempre più basse. Se allora il voto era percepito come un dovere civico e un’opportunità di riscatto, oggi la disillusione e la sfiducia nelle istituzioni hanno portato molti cittadini a rinunciare a questo diritto fondamentale.
Questo calo della partecipazione rischia di indebolire la forma democratica su cui si regge il nostro Stato. La democrazia vive attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini: ogni voto è un tassello che contribuisce a costruire il futuro del Paese. Se l’astensionismo continua a crescere, il rischio è quello di una democrazia sempre più fragile, dove le decisioni vengono prese da una minoranza e il senso di appartenenza alla Repubblica si affievolisce.
È fondamentale riscoprire il valore del voto, ricordando che nel 1946 gli italiani scelsero la Repubblica con entusiasmo e determinazione. Oggi, come allora, il voto è lo strumento più potente per difendere i principi di libertà, giustizia e partecipazione su cui si fonda la nostra Costituzione.
Dunque, in un contesto come quello appena descritto, come non fare riferimento alle prossime consultazioni dell’8 e 9 giugno quando saremo chiamati alle urne per esprimerci sui quesiti referendari su temi cruciali come il lavoro e la cittadinanza. E sull’importanza di questi temi è quasi superfluo ricordare che la Costituzione italiana, nel suo articolo 1, afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata proprio sul lavoro, sottolineando il valore centrale di questo principio.
Eppure, assistiamo a un fenomeno preoccupante: l’invito all’astensione da parte di alcuni rappresentanti politici, una strategia che rischia di svuotare di significato il nostro sistema democratico. Il quorum del 50% è necessario affinché il referendum sia valido, e ogni voto, a prescindere dal si o dal no, contribuisce a determinare il futuro del Paese. Rinunciare a votare significa lasciare che altri decidano per noi, significa indebolire il principio stesso su cui si fonda la nostra Repubblica.
Su questo tema mi permetto di richiamare il dibattito che fu proprio affrontato in sede dell’Assemblea Costituente. Per il giurista Costantino Mortati il referendum popolare era uno degli istituti atti a “far sì che il popolo non sia una istanza pura e semplice di preposizione dei titolari della Camera rappresentativa, ma divenga invece un organo di decisione politica, organo di ultima istanza”, chiamato “a dire la sua parola decisiva quando si presentano questioni di vasto rilievo politico”. Il presidente della Commissione dei Settantacinque Meuccio Ruini tenne a sottolineare l’importanza di sostituire, nella nuova forma di governo parlamentare, il pilone crollato della Monarchia, con quello della sovranità popolare in alcuni casi esercitata anche direttamente: «Far capo al Parlamento, che è l’espressione preminente, ma non la sola, della sovranità popolare. Il sovrano non è il Parlamento; è il popolo che ha due emanazioni essenziali della sua sovranità: l’elezione dell’organo parlamentare e il referendum».
Coloro che oggi nella loro qualifica di deputati o senatori si esprimono invitando a non andare alle urne ai prossimi referendum, non solo dimostrano di governare non conoscendo neppure le origini e i principi su cui si fonda la democrazia che dovrebbero rappresentare, ma finiscono per delegittimare pure se stessi essendo il voto sotteso alla loro elezione parificato nella sostanza al voto referendario.
Insomma, il sistematico indebolimento del valore del voto, confermato già a suo tempo dall’abolizione delle preferenze dell’attuale legge elettorale, rischia di trascinarci inesorabilmente verso lo svuotamento di quei principi fondanti che le nostre madri e i nostri padri costituenti con uno sforzo di comprensione reciproca e di sintesi individuarono come base irrinunciabile su cui costruire l’architettura del nostro Stato Repubblicano.
E dopo quello dell’Art. 1 sul quale ci siamo concentrati in occasione della Festa dei Lavoro il primo maggio e a cui, anche in questo caso, alcuni studenti dell’Istituto Galileo Galilei hanno dedicato un approfondimento sul tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori, grazie a un progetto a cura del sindacato Cgil con il patrocinio del Comune di Avigliana, non possiamo alla luce dell’attuale contesto internazionale non richiamare anche l’art. 11 della Costituzione con il quale l’Italia ripudia ufficialmente la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Questo principio, voluto fortemente dalla costituente all’indomani del secondo conflitto mondiale, sancisce il rifiuto della guerra come strumento di conflitto e promuove la ricerca di soluzioni pacifiche, in linea con il principio di internazionalismo e la disponibilità a limitare la sovranità per garantire la pace e la giustizia internazionale.
L’Articolo 11 della Costituzione afferma con chiarezza che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Questo principio nasce dalla consapevolezza che la pace è il fondamento di una società giusta e democratica. Oggi, però, il mondo è attraversato da conflitti che mettono a dura prova questo ideale: la guerra in Ucraina, l’instabilità in diverse aree del globo e, in particolare, la drammatica situazione in Medio Oriente oltre a quei circa ulteriori cinquanta conflitti sparsi per il Mondo di cui sente ancora troppo poco parlare.
Proprio ieri, il Presidente Sergio Mattarella ha pronunciato parole forti sulla crisi israelo-palestinese, condannando la grave erosione dei territori dell’Autorità palestinese e definendo “disumano” il blocco che sta affamando la popolazione di Gaza. Ha ribadito che “i palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi”, sottolineando l’urgenza di una soluzione che rispetti il diritto internazionale. Il suo appello richiama l’essenza dell’Articolo 11: la pace non è un’utopia, ma un obiettivo concreto da costruire con il dialogo e il rispetto reciproco.
E a conferma che la Costituzione va attuata con scelte quotidiane ad Avigliana abbiamo voluto rimarcare questa presa di posizione proprio con una delibera votata all’unanimità da tutto il consiglio Comunale nella sua ultima seduta sul riconoscimento dello Stato Palestinese e aderendo, come molti altri comuni della Valle di Susa alla campagna “50mila sudari per Gaza” con l’esposizione di un lenzuolo bianco sul Municipio per simboleggiare i sudari che avvolgono i corpi delle vittime.
Oggi, credo più che mai, che i valori da difendere siano quelli della Repubblica piuttosto che quelli della Patria, riaffermando il nostro impegno per un mondo in cui la diplomazia prevalga sulla violenza e la giustizia sul sopruso.
Celebriamo dunque questa giornata con orgoglio e consapevolezza. La Repubblica siamo noi, tutte e tutti insieme, ogni volta che scegliamo di partecipare, di difendere i diritti, di costruire una società più giusta nel nostro Paese come nel resto del Mondo.
Viva l’Italia, Viva la Repubblica, Viva la Costituzione!
La nascita della Repubblica italiana si festeggia ogni anno il 2 giugno. In questa data si ricorda il referendum che nel 1946, dopo la Seconda Guerra mondiale, ha sancito la fine ufficiale della monarchia e la nascita della Repubblica. Il referendum istituzionale indetto a suffragio universale ha visto per la prima volta la partecipazione delle donne. Gli italiani sono stati chiamati alle urne per scegliere la forma di governo preferita: monarchia o repubblica. Con circa 13 milioni di voti a favore della repubblica contro 11 milioni circa a favore della monarchia, gli elettori hanno scelto la repubblica. La famiglia Savoia, fino ad allora al comando della monarchia, è stata esiliata. Il 2 giugno gli elettori hanno scelto anche i componenti dell’Assemblea Costituente, a cui è stato affidato il compito di redigere la nuova Costituzione.











