25 aprile, 80 anni dopo

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Gli eventi e le manifestazioni ad Avigliana in occasione delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Liberazione d’Italia

Avigliana, 15 aprile 2025 – In occasione dell’80esimo anniversario della Liberazione, sono molti gli eventi collegati alla celebrazione del 25 aprile 2025 che quest’anno sarà dedicata al partigiano Elio Pereno, scomparso lo scorso agosto. Il 6 aprile è stato commemorato l’81esimo anniversario dell’eccidio della Mortera in cui persero la vita 5 giovani partigiani fucilati dai nazisti, mentre il 4 aprile al teatro Fassino circa 250 allievi e allieve del nostro Istituto Comprensivo hanno potuto vedere in anteprima le prime due puntate della serie tv “Fuochi d’artificio” di Susanna Nicchiarelli a cui è un seguito un emozionante incontro in diretta con la partigiana Luciana Romoli nome di battaglia “Luce”. La serie sarà trasmessa su Rai 1 in prima serata il 15, il 22 e il 25 aprile.

Archivio Avigliana notizie: le celebrazioni al Sacrario dei Caduti del 25 aprile 2020
Archivio Avigliana notizie: le celebrazioni al Sacrario dei Caduti del 25 aprile 2020
La Filarmonica Santa Cecilia
La Filarmonica Santa Cecilia

Nella giornata del 25 aprile, come ogni anno le celebrazioni inizieranno alle 8,45 al Sacrario dei caduti nel cimitero di Avigliana. Alle 9,15 partirà poi il corteo dal parcheggio del parco Alveare verde e dopo la messa delle 10 nella chiesa di San Giovanni, alle 11 si svolgerà la cerimonia ufficiale di commemorazione presso il piazzale dei Caduti. Sarà l’occasione per ascoltare i saluti del sindaco Andrea Archinà e dell’Anpi sezione di Avigliana, l’orazione ufficiale a cura di Alessandro Bertini, studente e consigliere comunale di San Giorio. Alla manifestazione interverrà la Società filarmonica Santa Cecilia di Avigliana e una rappresentanza degli studenti delle classi quinte delle scuole primarie di Avigliana, che canteranno brani diretti da Lorella Perugia e Serena Taretto del Centro Goitre. Dopo la cerimonia, chi lo desidera potrà trasferirsi al parco Alveare verde passando per la passeggiata pedonale che dalla scuola Noberto Rosa arriva direttamente al parco. Il percorso sarà accompagnato dalla Bandragola Orkestar, la brass band (formazione musicale composta da ottoni e percussioni) che interverrà anche nel pomeriggio. Sarà possibile pranzare insieme al parco: il pranzo è al sacco, quindi ciascun partecipante porterà il proprio. Il pomeriggio del 25 aprile, proprio l’Alveare verde sarà luogo di festa in uno spazio dedicato al ricordo del partigiano Elio Pereno, scomparso a 98 anni il 26 agosto 2024, e alla memoria dei partigiani e alle partigiane della Valle di Susa. La festa è organizzata da Anpi di Avigliana sezione Anna Maria “Mara” Polo e dal Comune, in collaborazione con le associazioni del territorio Vis Rabbia, Società filarmonica Santa Cecilia, Centro studi di didattica musicale Roberto Goitre, con il patrocinio di Unione Montana e Comitato per la Resistenza Colle del Lys.
«Il 25 aprile – ricorda Paola Babbini, vicesindaco –, giorno della Liberazione dal nazifascismo, rappresenta un momento cruciale nella Storia del nostro Paese, un simbolo di lotta, speranza e rinascita. Questa data non è soltanto un evento del passato, ma un richiamo potente a riflettere sui valori di libertà, giustizia e solidarietà Una libertà che non dobbiamo dare mai per scontata, e l’attuale scenario geopolitico lo dimostra. Alle nuove generazioni il compito di custodire e trasmettere questa memoria, di scegliere da che parte stare affinché le ingiustizie del passato non si ripetano, e dalla memoria costruire un futuro in cui la pace e la coesione sociale siano valori fondamentali. Ma quest’anno sarà anche una grande occasione di festa per celebrare la Resistenza e i partigiani, dedicando il pomeriggio al ricordo del nostro partigiano Elio Pereno».

Le chiavette Usb dell'Anpi Avigliana in ricordo di Elio Pereno, partigiano di Valle Susa
Le chiavette Usb dell’Anpi Avigliana in ricordo di Elio Pereno, partigiano di Valle Susa

Durante la festa, al banchetto dell’Anpi sarà anche possibile tesserarsi e sarà disponibile la riedizione modificata e aggiornata dell’originale opuscolo realizzato nel 2005 da Elio Pereno. L’allora presidente della sezione Anpi di Avigliana in occasione del 60esimo della Liberazione aveva infatti raccolto in un importante documento le informazioni sui partigiani aviglianesi, su quelli deceduti nel nostro territorio, sui fatti storici della resistenza che riguardano Avigliana. Per l’occasione ne è stata realizzata una riedizione con una nuova sezione dedicata alle donne partigiane. Una versione digitale in una chiavetta Usb sarà distribuita su offerta libera agli iscritti e a chi ne vorrà una copia, e conterrà molti documenti, video, audio, cartacei, foto che riguardano Elio Pereno.
«L’Anpi – dichiara Daniela Molinero presidente Anpi Avigliana – lancia in occasione dell’80esimo della Liberazione una campagna intitolata “Conoscere, capire, scegliere la Liberazione”, che costruisce civiltà nel ripudio partigiano del “Credere, obbedire, combattere” della propaganda fascista. Sarà una grande festa popolare e nazionale in ricordo di tutte e tutti coloro che in tanti casi hanno sacrificato la propria vita, la propria giovinezza per un Paese finalmente libero e liberato. Memoria quindi, ma anche impegno per la pace e la democrazia, nel contrastare nazionalismo, fascismo, autoritarismo nel segno della Costituzione».
Le altre iniziative organizzate per il 25 aprile si svolgeranno tra aprile e maggio. Il 16 aprile è prevista la conferenza dell’associazione Circolarmente dal titolo “Il nuovo disordine mondiale? Quale è il significato dei tempi che stiamo vivendo?” con lo storico Claudio Vercelli. Il 24 aprile sera ci sarà la consueta Camminata resistente che quest’anno sarà da Chianocco a Bussoleno. ⁠Il 27 aprile si svolge invece la pedalata lungo il Percorso della memoria e della Resistenza con partenza alle 9 da piazzetta De Andrè. Dal 16 al 31 maggio presso la biblioteca civica Primo Levi, Anpi propone la mostra Hiroshima e Nagasaki dell’associazione Dal Gallo Sebastiano di Meana di Susa, una riflessione per testi e immagini sul dramma di Hiroshima e Nagasaki. Il 4 maggio si potrà partecipare all’escursione Di qua e di là sul Moncun-i fra sentinelle di pietra e vecchi sentieri, itinerario ad anello che permette di conoscere luoghi meno noti, ma di elevato pregio ambientale, naturalistico e paesaggistico. Alcuni tratti del percorso sono legati alla memoria della Guerra di Liberazione e della Resistenza al nazifascismo, occasioni per ripensare ai valori morali e ideali che sono le radici dell’Italia repubblicana.

Il programma
16 aprile 2025

24 aprile 2025

  • Camminata resistente che quest’anno sarà da Chianocco a Bussoleno

25 aprile 2025

  • alle 8,45 Omaggio al sacrario dei caduti
  • alle 9,15 Partenza del corteo dal parcheggio del parco Alveare Verde
  • alle 10 Celebrazione della Messa nella chiesa di San Giovanni
  • alle 11 Commemorazione della storica data presso il piazzale dei Caduti, saluti del sindaco e dell’Anpi sezione di Avigliana Anna Maria “Mara” Polo, orazione ufficiale a cura di Alessandro Bertini, studente e consigliere comunale di San Giorio. Alla manifestazione interverrà la Società filarmonica Santa Cecilia di Avigliana e una rappresentanza delle classi V delle scuole primarie di Avigliana che canteranno alcuni brani diretti da Lorella Perugia e Serena Taretto del Centro Goitre.
  • dedicato a ELIO PERENO – PARTIGIANE E PARTIGIANI DI VALLE SUSA PARCO ALVEARE VERDE
    • Pranzo al sacco e a partire dalle 14,30 testimonianze “In memoria di Elio Pereno”
    • Incursioni musicali a cura della brass band Bandragola Orkestar
    • Canti popolari e della Resistenza a cura del Coro popolare Giovanna Marini con Le Voci dei Mareschi del Centro Goitre e Angelo Patrizio alla chitarra
    • Interventi del Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi di Avigliana – Studentesse e studenti dell’Istituto Galileo Galilei di Avigliana – Giovani del Treno della Memoria 2025
    • Intervento di Paolo Gorza di Onborders: La frontiera della Valle di Susa
    • 17,30 Concerto del gruppo “Succi e i suoi succiessi”
    • 18,30 Conclusione della manifestazione

27 aprile 2025 (annullata causa previsioni meteo avverse)

  • alle 9 pedalata lungo il Percorso della memoria e della resistenza con partenza da piazzetta De Andrè.

4 maggio 2025

16-30 maggio 2025

  • presso la biblioteca civica Primo Levi, Anpi propone la mostra Senza atomica dell’associazione Dal Gallo Sebastiano di Meana di Susa, una riflessione per testi e immagini sul dramma di Hiroshima e Nagasaki.
I discorsi ufficiali
Avigliana, 25 aprile 2025

L’intervento del sindaco Andrea Andrea Archinà

Buongiorno a tutte e tutti,

rivolgo il mio saluto e quello dell’Amministrazione comunale alle autorità civili e militari, alla locale sezione dell’Anpi e alla sua presidente Daniela Molinero, ai rappresentanti delle associazioni d’arma e a tutte le associazioni presenti, a quelle partitiche e dei sindacati, alla Società filarmonica Santa Cecilia,  alla rappresentanza delle ragazze e dei ragazzi delle classi V delle scuole primarie di Avigliana, all’oratore ufficiale Alessandro Bertini che ringrazio particolarmente per aver accolto il nostro invito che lo ha sottratto alla celebrazione di questa ricorrenza nel Comune di San Giorio di cui è consigliere comunale. E poi a tutte e tutti voi, cittadine e cittadini, che oggi partecipate alla celebrazione dell’anniversario di una ricorrenza, quella del XXV Aprile, che rappresenta il momento della nascita del nostro Stato libero e democratico.

Ottant’anni sono un traguardo importante, per il quale ad Avigliana ci siamo preparati con cura mediante i tanti appuntamenti che in quest’anno abbiamo organizzato grazie al contributo fondamentale della sezione cittadina dell’Anpi. Non mi soffermerò dunque tanto sugli aspetti del fenomeno della Resistenza, del quale già negli ultimi anni, in questa stessa commemorazione, ho diffusamente parlato. Basti qui ricordare che la guerra di liberazione dal nazifascismo è stata un momento cruciale, nonostante le critiche e il revisionismo a cui molti sono tentati di ricorrere. A maggior ragione va ribadito oggi più che mai come la Resistenza non sia stata un fatto secondario, ma un movimento popolare che ha dimostrato la forza e la determinazione di quelle donne e di quegli uomini che si sono uniti per combattere contro l’oppressione e l’ingiustizia, portando speranza e cambiamento.

È a partire da questa definizione di Resistenza che mi sono chiesto piuttosto qual è il senso del numero 80 legato a questo anniversario. 

Corrisponde, per esempio, a quello dell’età che si dice una persona può aver avuto la fortuna di raggiungere. Ottant’anni sono identificati tendenzialmente con l’ultima parte della vita, la fase della vecchiaia, o forse meglio quella della saggezza, che trova riscontro nell’esperienza del proprio vissuto, inserito nel contesto più ampio del Mondo che si è visto cambiare sulla propria pelle oppure con l’età in cui magari si è circondati da nipoti che si è visto crescere e a cui si sente il desiderio di voler tramandare il proprio sapere, la propria memoria.

Possiamo dunque dire oggi che il fenomeno della Resistenza, e del nostro Stato libero e democratico che in conseguenza ne è nato, abbiano raggiunto un tale stato di saggezza, consapevolezza e di consolidamento della memoria? O forse dovremmo piuttosto dire che a questi ottant’anni siamo ormai giunti stanchi, un po’ acciaccati a tratti incapaci di essere da supporto a chi venuto dopo di noi e si trova a crescere in un Mondo che stentiamo a riconoscere noi stessi? Un Mondo che è cambiato così troppo in fretta da aver perso quei punti di riferimento che ritenevamo ormai così saldi e imprescindibili.

Il difficile contesto che stiamo attraversando oggi ci sta dimostrando come la storia non sia una linea immutabile, ma attraversi tornanti complessi in grado di far vacillare le certezze del passato. L’Europa e il Mondo intero stanno vivendo un momento di inquietudine, con regole e principi democratici che sembravano stabili e che ora sono messi in discussione. Vi è spesso la tentazione, con modalità tutt’altro che sobrie, di riscrivere, pagine della nostra Storia, come per esempio la strage di Via Rasella o testi fondanti come il Manifesto di Ventotene, quasi a cercare di testare i limiti dell’opinione pubblica e sondare fino a che punto si possa distorcere la memoria storica. Nemmeno le parole sono immuni a tale tentazione se pensiamo a quante volte il concetto di “Italia” e “patria” siano accostati e strumentalizzati a fini politici, quando basterebbe riscoprire più semplicemente la vera essenza del nostro Paese: una Nazione fondata sulla fratellanza, sulla pace e sulla democrazia, non sulla supremazia o l’esclusione del diverso. Sono questi i valori incarnati dai partigiani con le loro azioni e il loro sacrificio. Un sacrificio che contribuisce ad avvalorare nel profondo l’assunto che la guerra non sarebbe stata affatto vinta senza la Resistenza, garantendo così all’Italia una posizione di dignità al tavolo della pace, evitando un futuro di divisioni o governi imposti dagli alleati, come accaduto in Germania e Giappone.

La domanda fondamentale da porre oggi  al centro della nostra riflessione credo debba essere quindi come garantire un passaggio generazionale, come permettere che quella saggezza maturata in così tanti anni e oggi spesso troppo traballante, possa germogliare nell’animo e nell’agire di quel nipote che si è visto crescere con un affetto a tratti smisurato, quasi a volerlo talvolta estraniare dalla responsabilità di continuare a lottare per quegli stessi valori.

Nel lungo percorso di avvicinamento a questo ottantesimo, grazie anche al lavoro fatto con i ragazzi e le ragazze del Treno della Memoria che saranno tra i testimoni di oggi pomeriggio, ci siamo resi conto che i giovani di oggi, a differenza di chi ha vissuto direttamente il Novecento, non sono interessati a strumentalizzazioni o retoriche vuote. Vogliono piuttosto comprendere la Storia per quello che è stata, porre domande e trovare risposte autentiche. Il loro desiderio non è quello di riscrivere il passato, ma di trarne insegnamenti concreti per evitare che si ripetano errori simili in futuro e che purtroppo negli ultimi anni si stanno ripresentando con ancora più veemenza. Il loro desiderio è piuttosto quello di celebrare la Liberazione attraverso un percorso collettivo e condiviso per riaffermare, attualizzandoli, i valori della democrazia e della libertà, calandoli nella realtà attuale grazie a quella straordinaria guida che è la nostra Costituzione, che guarda caso è figlia proprio della Resistenza.

Per loro, la Storia non è un campo di battaglia ideologico, ma una realtà da comprendere e da cui trarre insegnamenti. Chiedono quindi alle istituzioni e alla società di non dividersi su questi temi, ma di restare uniti nel rispetto della memoria e nella costruzione di un futuro più giusto per tutti.

Tutto questo dimostra che la sfida di questo tempo non è continuare a ricercare le prove che i giovani siano in grado o meno di comprendere e restituirci quanto accaduto, la sfida semmai è individuare, insieme a loro, gli strumenti e i linguaggi migliori per mantenere vivi la saggezza e il sacrificio partigiano. E tale compito, a questo punto, spetta soprattutto alla mia di generazione.

Oggi sono dunque contento, da Sindaco che viene definito da molti erroneamente giovane anche perché quest’anno avrà la metà degli anni della liberazione, che a tenere l’orazione ufficiale sia Alessandro,  lui sì un giovane amministratore della Valle di Susa che oggi ha gli stessi anni di quei giovani partigiani che hanno sacrificato la propria vita per garantire la trasmissione del potere secondo processi democratici. Perché questo ottantesimo sia l’occasione di un reale passaggio di testimone a una generazione che è chiamata oggi a continuare quella lotta di liberazione per garantire ai bambini qui a fianco che tra poco canteranno di fare altrettanto fra venti anni. 

Vorrei chiudere il cerchio ritornando quindi alla domanda iniziale sul significato di questi ottant’anni. E nel farlo vorrei andare all’essenza di questa cifra che secondo la numerologia, ha un significato ben preciso. Il numero ottanta è composto dal numero 8, che è simbolo della capacità di raggiungere risultati duraturi. Rappresenta, inoltre, la padronanza nel governare il potere, sia materiale che spirituale. Il numero 0, invece, dato che è simbolo dell’infinito, rappresenta la continua connessione che si esplica tra tutti gli esseri viventi.

“Il numero 80, dunque, è un numero senza tempo e pratico che è spesso associato a trasformazioni o momenti di passaggio. È un modo per comunicare con efficacia la necessità di una presa di posizione forte riguardo qualcosa di veramente importante. Attraverso il numero 80 si è incoraggiati ad assumere un ruolo di potere con la consapevolezza delle responsabilità che questo comporta”.

Vi lascio dunque con l’augurio che sotto l’influenza di questo numero, e della sua vibrazione, portatrice di un messaggio così sfidante, ognuno di noi sappia trovare in questa alta missione che ci investe tutti e tutte il proprio ruolo, che sappia abbracciarlo senza riserve fino in fondo diventando parte di quel profondo cambiamento ormai irrinunciabile.

Viva il 25 aprile, Viva la Resistenza, Viva l’Italia libera, unita e antifascista. 

Daniela Molinero, presidente Anpi Avigliana
Sono passati 80 anni dalla Liberazione dal Nazifascismo e dalla caduta definitiva del regime fascista e siamo qui per ricordare ancora una volta la lotta delle partigiane e dei partigiani che con il fondamentale supporto della popolazione riconquistarono le libertà negate e il debito e la riconoscenza per chi sacrificó due anni della propria giovinezza e per chi di loro perse la vita.
Formalmente la Resistenza in Valle di Susa iniziò l’8 dicembre 1943 con il Giuramento della Garda, in questa occasione i primi partigiani valsusini giurarono di combattere contro il Nazifascismo , il contributo di sangue fu enorme, nei due anni di lotta , 2024 furono i caduti delle Brigate partigiane dislocate in valle di Susa, Lanzo, Sangone e Chisone.
80 anni fa come oggi festeggiammo la libertà, la democrazia e la Pace.
Così scriveva Giorgio Bocca: «Attraverso la somma dei sacrifici e dei dolori sopportati col grandioso apporto dato alla causa della libertà con i risultati ottenuti, il movimento partigiano è riuscito ad assumere un significato morale di valore altissimo».
Cosa è rimasto oggi di questo alto significato morale, dell’eredità della Resistenza?
La libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, il lavoro,la dignità della persona, la pace?
Quale significato può avere per noi oggi, abbiamo ancora gli anticorpi che ci possano proteggere dall’eterno fascismo sintetizzato così bene da Umberto Eco?
Vediamo oggi un clima nazionale e internazionale pericoloso e preoccupante, in Italia il governo più a destra dalla Liberazione che ogni giorno sforna decreti liberticidi come quello detto di Sicurezza, limita le libertà individuali e collettive e criminalizza il dissenso, delegittima la Magistratura, censura e manipola l’informazione nell’indifferenza quasi generale.
E poi un diffuso clima revisionista, la percezione che dichiararsi fascista non sia più un reato ma un vanto.
Cito lo sfregio alle sedi di sezioni Anpi , ai manifesti antifascisti , anche in Valle, all’ aggressione neofascista del sindacalista Cgil.
L’ondata reazionaria dilaga in tutto il mondo dove governano sempre più folli leader autocrati e oligarchi, dove i diritti umani sono calpestati, dove il sistema globale finanziario è sempre più spudorato e il diritto internazionale è disprezzato. L’Europa sventola la bandiera a destra, le politiche migratorie lo mostrano chiaramente: 600 migranti sono affogati nel Mediterraneo nei primi 3 mesi dell’anno, il grandioso modello Albania è preso ad esempio e abbiamo negli occhi le immagini di persone deportate con le mani legate dietro alla schiena in disprezzo al Diritto di asilo, alla Convenzione di Ginevra e alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.
Poi i nazionalismi, il ritorno di odio razziale, xenofobo, neofascista, la retorica sulla Patria, i confini, la famiglia tradizionale, l’abbandono delle politiche di salvaguardia dell’ambiente.
Il Piano di riarmo della Commissione Europea, definito in un primo tempo Rearm_Europe è diventato ora – Prontezza 2030 – che vuol dire essere pronti alla guerra entro il 2030, questo piano prevede non solo finanziamento alle armi, ma infrastrutture, mobilità militare, missili, droni,artiglieria e guerra elettronica moderna. L’industria delle armi, la più lucrosa al mondo.
Sono parole agghiaccianti quelle che circolano, quelle della propaganda guerrafondaia che è diventata un sottofondo comune e quasi normale. È difficile essere ottimisti in tempi simili, per chi come noi ha fatto proprie le parole della Costituzione, ma non è in questo momento che dobbiamo arrenderci, sono convinta che sia ora che tuttə facciamo fronte comune per una alleanza antifascista che sappia portare diritti e lavoro al centro della vita sociale. Fare fronte comune significa assumere una pratica politica antifascista nelle lotte che riguardano tutte le generazioni soprattutto le giovani che rischiano di essere private del futuro significa lottare per la pace, ripudiare ancora una volta la guerra come risoluzione dei conflitti e fermare il riarmo. Significa essere resistenti ogni giorno nell’impegno militante per salari dignitosi, diritto alla salute, all’istruzione, alla casa. Significa essere soprattutto persone solidali, accoglienti, umane. C’è un’immagine che non riesco a togliermi dagli occhi, la foto di quel bambino a cui sono state amputate le braccia, una foto premiata che non cambierà però nulla, un’immagine delle tante innocenti vittime, effetti collaterali di ogni guerra.
Il silenzio internazionale e la perpetrazione dello spaventoso genocidio che sta avvenendo a Gaza non può non coinvolgerci come antifascistə e come esseri umani e oggi che è la festa della Liberazione non possiamo non essere vicinə alle popolazioni oppresse con la violenza, per questo diciamo con forza.
– Che sia Liberazione per tutti
– Fermate il genocidio
– Fine all’occupazione israeliana.
viva il 25 aprile
viva le partigiane e i partigiani
viva la libertà e la democrazia


L’orazione ufficiale di Alessandro Bertini, consigliere comunale di San Giorio
“Eventi grandi, eccezionali, catastrofici pongono i popoli e gli uomini davanti a drastiche opzioni”. Così scriveva Claudio Pavone nel suo famoso saggio sulla moralità nella Resistenza. E ciò che accadde l’8 settembre del 1943 fu proprio uno di questi eventi “eccezionali” e “catastrofici”. Eventi che accadono di rado nella Storia e che, come ricordava lo stesso Pavone, costringono gli uomini a compiere delle “scelte alle quali […] mai pensavano che la vita potesse chiamarli”.
Non era soltanto il rovinoso esito di una guerra e delle menzogne che l’avevano alimentata, ma era lo sfascio di un intero Paese, delle sue istituzioni civili e militari; era il crollo dell’ordine costituito, di un ordine durato per quasi un secolo; era “l’eclissi dello Stato”, come fu definita.
E allora si possono comprendere i sentimenti di smarrimento, di abbandono, d’incredulità che si diffusero in quei drammatici giorni che seguirono l’armistizio: la delusione per una guerra che non era affatto finita, come si era per poco tempo immaginato e sperato; lo sconcerto seguito alla consapevolezza di essere stati abbandonati: dai generali, dal Re, dallo Stato, da tutti e da tutto; la vergogna e l’umiliazione, provate dai soldati costretti a sfilare inermi davanti agli sguardi dei nuovi nemici; la rabbia, comparsa sui volti dei civili che assistevano a quella scena. Tutto era improvvisamente venuto a crollare e tutto sembrava destinato a precipitare. E tuttavia accadde qualcosa d’imprevisto, d’inaspettato, qualcosa di eccezionale tanto quanto eccezionale era il dramma di quell’evento; qualcosa che può accadere soltanto nei momenti più drammatici della storia di un popolo, quando tutto sembra essere irrimediabilmente perduto.
E voglio usare nuovamente le parole di Pavone per descrivere ciò che d’imprevisto e di eccezionale accadde in quei tragici giorni che seguirono l’8 settembre. Perché in mezzo a quel disordine e a quello smarrimento generale si vedeva anche qualcosa di mai visto prima: si vedevano – e cito Pavone – “soldati smarriti [che] venivano attorniati da gente che voleva aiutarli”; si vedevano “macchinisti [che] rallentavano la corsa dei treni ed effettuavano fermate impreviste per permettere ai soldati di scappare”; si vedevano “contadini [che] erano mossi da un sentimento confuso e grande che era insieme commossa pietà […] e solidarietà per questi uomini […], in massima parte contadini come loro”; si vedevano donne che “aspettavano i soldati” offrendo loro qualcosa “da mangiare”.
“La gente”, concludeva Pavone, “sembrava avesse scoperto che unico punto d’appoggio rimaneva la fiducia nel prossimo. Paure eccezionali e solidarietà eccezionali si mescolavano”. Ed è esattamente da questa “solidarietà eccezionale” che è nata la Resistenza. Persone che non si erano mai viste né conosciute prima – operai, contadini, soldati, civili, uomini, donne – spinte dal corso tragico della Storia, sentivano il bisogno di aiutarsi l’una con l’altra, di sostenersi in modo reciproco. Erano questi i germi di una futura convivenza civile non più fondata sull’inimicizia e sull’indifferenza ma sull’amicizia e la fratellanza.
Legami di solidarietà, sorti spontaneamente tra la gente, che si trasformarono presto nella volontà comune di resistere. Non era infatti più sufficiente aiutarsi l’un l’altro, ma occorreva prendere una decisione, compiere una scelta, per la prima volta fare uso della propria libertà dopo vent’anni in cui la parola d’ordine era stata “obbedienza”.
Fu così che due mesi dopo, l’8 dicembre del 1943, un gruppo di ragazzi, poco più che ventenni, si riunì in una piccola frazione della montagna di San Giorio, chiamata “Garda”, e giurò di combattere contro ogni nemico interno ed esterno della Patria. Fu così che in quegli stessi giorni in un albergo chiamato “Lago Grande” – frequentato da diversi di quei giovani che poco tempo prima avevano giurato alla Garda – si formarono i primi nuclei della Resistenza aviglianese.
Si trattava certo di una minoranza, ma di una minoranza che aveva deciso di riscattare un intero Paese, assumere su di sé tutta la responsabilità delle sue colpe e dei suoi crimini, combattere per la libertà della Patria.
E allora forse vale la pena soffermarsi brevemente su questa parola, oggi tornata così alla ribalta. Occorre chiedersi per quale “Patria” combattevano i partigiani, perché proprio in nome della Patria il fascismo aveva giustificato decenni di guerre, violenze e soprusi. Ed è Sandro Pertini a dircelo, in un discorso tenuto a Genova nel giugno del 1960: quello dei partigiani, affermava Pertini, era “l’amore di Patria che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui”.
Era dunque un amor di Patria, quello dei partigiani, che respingeva ogni retorica della guerra e della nazione. Il nazionalismo e l’imperialismo che avevano trascinato l’Europa in una guerra civile durata trent’anni venivano ripudiati in nome di una diversa idea di nazione e di una diversa concezione dell’esistenza, che non contemplasse più alcun mito della forza e della vittoria, l’identitarismo e l’odio tra i popoli.
E furono giorni e mesi difficili: di paure, rastrellamenti, rappresaglie, torture, fucilazioni, stragi, eccidi. Molti di loro persero la vita, giovanissimi, come Guerrino Nicoli, unitosi alla Resistenza subito dopo l’8 settembre, appena sedicenne, e morto l’anno dopo qui ad Avigliana, il 26 giugno del 1944, nel tentativo eroico di salvare un proprio compagno dalla ferocia di un ufficiale fascista. O come Pierino Farca e Arduino Piol, caduti qualche mese prima, a soli diciotto anni, nella terribile strage nazista di borgata Mortera, nella quale persero la vita anche Mario Neirotti, Mario Bogge e Agnese Cugno Maritano. O come Carlo Carli, il “Tenente Carli”, il cui nome legherà per sempre la storia di San Giorio a quella di Avigliana, artefice di acute azioni di guerriglia nei primi mesi della Resistenza e brutalmente ucciso il 21 gennaio del ‘44 durante un’imboscata fascista.
Ma furono anche giorni e mesi ricchi di momenti che molti di loro ricorderanno come i più belli della loro vita, perché combattendo e resistendo sulle montagne avevano scoperto un modo nuovo e diverso di vivere: libero, senza più gerarchie, fondato sulla vicinanza reciproca, sulla solidarietà morale e materiale. Il contrario di tutto ciò che il fascismo aveva da sempre sostenuto, vale a dire l’autorità, l’egoismo, l’indifferenza.
Quei valori civili, morali, umani, lasciati in eredità dalla Resistenza, portarono alla Costituzione e alla vita democratica dell’Italia del dopoguerra. Perché il 25 aprile non è tornata la democrazia, come troppo spesso si vorrebbe far credere, ma è nata la democrazia. Una democrazia costituzionale, per l’appunto, che nulla aveva a che fare con le precedenti esperienze pseudo-democratiche del passato.
La sua novità è stata descritta da un grande costituzionalista italiano, da poco tempo scomparso, che è Maurizio Fioravanti: “La Costituzione – scriveva Fioravanti – […] non è il centro da cui tutto s’irradia, ma il centro verso cui si converge progressivamente”. A differenza delle vecchie carte costituzionali del passato, che dall’alto imponevano verticalmente la “volontà generale”, la Costituzione – aggiungeva Fioravanti – “nasce invece in basso, tra gli uomini, in forma di principi fondamentali condivisi”.
Una Costituzione, dunque, democratica e antiautoritaria nella sua struttura prima ancora che nei suoi principi, perché è dal basso verso l’alto che procede in quanto è dal basso che è nata, tra la gente, dalla Lotta di Liberazione. Una Costituzione che si sviluppa “su un piano orizzontale”, tanto quanto orizzontali e liberi da ogni vincolo di potere erano i rapporti umani nella vita partigiana. Una Costituzione che è il frutto del dialogo e che promuove il dialogo, il confronto tra le idee, il compromesso tra visioni differenti, così come molte e differenti erano le sensibilità degli uomini e delle donne che avevano combattuto nella Resistenza. Ma soprattutto una Costituzione non concepita come espressione dell’identità unitaria di un popolo che esclude e considera come “nemiche” le identità altrui, perché quella solidarietà scoperta resistendo sulle montagne, e divenuta poi solidarietà “sociale” nella Costituzione, doveva essere estesa universalmente fino a diventare solidarietà tra i popoli e le nazioni: “mai più odio tra le nazioni, mai più guerre”, erano queste le parole con cui Bruno Carli auspicava un futuro diverso per le nuove generazioni.
E allora oggi, ottant’anni dopo, fa un certo effetto leggere un articolo di giornale nel quale si invoca la Resistenza “affinché l’Europa” – cito – “ritrovi lo spirito combattivo” e “il senso della lotta”. Ancora di più leggere che “la Resistenza antifascista” – e cito di nuovo – “ci ricorda perché ripudiammo la guerra ma ci insegna anche le ragioni per prepararci […] a combatterla”.
Oggi, ottant’anni dopo, sappiamo che la storia della Resistenza è anche la storia di speranze deluse e, forse, di ideali traditi. Ciò che ogni giorno sentiamo e vediamo intorno a noi sembra stare lì a confermarcelo.
Ma oggi più che mai appare necessario resistere: resistere alla guerra e a un’estetica della guerra che paiono essere ritornate in grande stile; resistere ai nuovi culti della nazione e alla volontà di potenza degli Stati; resistere al massacro di un intero popolo nel silenzio e nell’indifferenza più generale; resistere a chi dovrebbe promuovere la pace ma non fa altro che parlare di “nemici”, di “armi”, di “vittoria”. Perché è da tutto questo che il passato rischia di ritornare e perché è questo il nostro debito verso il passato.
A questo proposito, vorrei concludere leggendo alcune righe di Italo Calvino, che la Resistenza l’ha raccontata ma che la Resistenza l’aveva anche vissuta: «Il peggio è sempre possibile. Non abbiamo nessun mezzo per prevedere se questo stato d’incerto equilibrio […] durerà ancora poche ore, o qualche mese, o alcuni lustri, o cinquant’anni e più. Sarajevo potrebb’essere tutti i momenti, anche domani.
Non sappiamo quale immagine avrà: se quella della guerra atomica […] o un’altra.
Forse prenderà la forma di qualcuno dei vecchi mostri mai estinti, forse forme nuove, che non sapremo riconoscere […]. Il mondo dello sterminio e della minaccia […] è ancora possibile, può ricominciare in qualsiasi momento, e in qualsiasi momento possiamo riprendervi il nostro ruolo di vittime o di carnefici, per il quale siamo da tempo perfettamente preparati. Noi siamo sempre gli stessi e niente è in fondo cambiato intorno a noi di ciò che conta: né le strutture, né le idee, né le coscienze. […] Oggi […] sappiamo che non possediamo veramente nulla, che tutto è un castello di carte e può crollare al primo soffio. Qualcosa soltanto non può esserci tolta: la facoltà di fissarci volta per volta un discrimine tra l’agire bene e l’agire male, […] di proiettare su noi stessi la pietà e l’ironia del futuro».
Viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva la libertà!

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