La Roba Savouiarda

in Cultura

La Roba Savouiarda: una nuova pubblicazione di Marco Rey e Franca Nemo edita da Chambra d’oc. La presentazione del libro nella serata di mercoledì 5 dicembre 2018 in sala consiliare alle 20,45

La tradizione non consiste nel conservare le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma.
Jean Jaurès

Queste parole ben sintetizzano il libro La roba Savouiarda. Molto spesso si crede che l’abito tradizionale sia quello che si vede indossato in qualche festa paesana, esposto all’interno di un museo, o sfoggiato in occasione di qualche mostra. In realtà ciò che in questi casi viene presentato al pubblico è una ricostruzione dell’abito di una certa località che sarà chiamato costume. Solitamente vengono così riproposti quelli più belli, abbastanza ben conservati, corredati da preziosi ornamenti; si tratta in genere di abiti festivi o cerimoniali, di sicura attrattiva per l’osservatore.

Il libro vuole sottolineare che la storia dell’abbigliamento rurale non si ferma a una visione così unilaterale, incentrata tutta sul puro aspetto estetico.
L’abito con cui si lavorava in casa e nei campi, dall’alba al tramonto, usato fino a essere riciclato come straccio, non lo si mostrava agli estranei, ma, in realtà, era il vero testimone di un’esistenza fatta anche di stenti e sofferenze. Riscoprire, anche, questi indumenti, significa investirli della giusta importanza scientifica: sono loro i portatori di qualificate testimonianze sul rapporto abbigliamento-territorio.

Nelle società contadine del secolo scorso il vestiario, quotidiano o festivo, non era solo un puro oggetto destinato all’ammirazione estetica, o più semplicemente il modo di prendersi cura del proprio corpo proteggendolo e coprendolo. La sua esistenza era strettamente connessa al ciclo economico, per lo più agro-pastorale e al conseguente sviluppo delle reti viarie per il commercio e delle locali manifatture specializzate. Ci preme sottolineare, pertanto, il suo rispecchiare i valori della comunità che lo adottava e il divenirne il baluardo dell’identità etnica e culturale. Il periodo in cui il vestito festivo inizia ad essere considerato abito tradizionale, o come comunemente detto, costume, si può identificare nella seconda metà del 1800.

Pittori e fotografi si dilettano a ritrarre le contadine nei loro abiti, magari, anche in pose vezzose. Spesso rappresentano costumi fantastici avulsi dalla realtà. Vengono documentate le feste, soprattutto, quelle patronali e le processioni, mentre di rado, anzi, quasi per nulla, l’interesse si volge alla vita e al vestire quotidiano. Per noi è fondamentale ribadire che l’abito, seppur festivo, seppur conservato con cura, adottando tutti gli accorgimenti che il sapere orale delle comunità mette a disposizione, nel corso dei secoli si deteriora irrimediabilmente. Ecco, allora, che quello “vero”, non c’è più. Per indossarlo bisogna confezionarne uno nuovo., suffragando la sua autenticità attraverso il raffronto con il materiale iconografico, con i pezzi originali e le conoscenze orali.

La cucitura del vestito, della cuffia e del grembiule, la frangiatura dello scialle sono lasciate alla mano d’opera di donne paesane che possiedono ancora memoria storica dei pezzi su cui devono lavorare. Pezzi che a loro volta diventeranno insostituibili strumenti di confronto e valutazione, perché è con queste modalità che l’abito tradizionale sopravvive e si rinnova adeguandosi ai tempi. Se la sua confezione, infatti, è rimasta pressoché immutata nel corso degli anni, avvalendosi solo dei nuovi ritrovati tecnologici , non così è per l’uso delle materie prime. Le stoffe oggi si acquistano tutte, alcune di quelle usate in origine, soprattutto, quelle tessute in paese, non esistono più, o sono state sostituite da pezze simili. Le sete, le lane e i velluti presentano caratteristiche tessili e consistenze diverse. Gli accessori seguono anche loro le esigenze di mercato: i nastri della cuffia si allargano e si restringono nel corso degli anni. Questa è la via per cui si è passati dall’abito della festa, già divenuto abito tradizionale, al Costume.

In conclusione l’abbigliamento costituisce un sistema di comunicazione assimilabile al linguaggio. Come questo può avvalersi di metafore e simboli, ma è soggetto a mutare nel tempo, così l’abito tradizionale, nonostante le sue valenze simboliche, è influenzabile dai gusti di chi lo confeziona e di chi lo indossa. Alla fine tutto torna: come l’eredità di una tradizione non può essere vista un mero ritorno al passato, ma anzi, un suo sviluppo, così un costume va calato nelle dinamiche della società attuale. Un serbatoio di materiale antico vissuto nel contemporaneo.

La roba savouiarda è termine usato per nominare il vestito tradizionale dei comuni di Ferrera Moncenisio, Novalesa, Venaus, Giaglione nelle valli Cenischia e Susa. In alta Maurienne: nei comuni di Bramans, Termignon, Aussois, Lanslebourg, Lanslevillard, Bessans e Bonneval è detto anche La Mauriennaise. Gli abiti di Gravere, Meana, Mattie e Mompantero, anch’essi inclusi nel nostro lavoro, innestano su una base “savoiarda” elementi del confinante mondo occitano: uso costante della cuffia bianca, tipica del Delfinato o aree circostanti, scialli e grembiuli dai colori più vivaci.

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